Intervista a Nicola Menti: enologo, agronomo e “maledettamente ottimista”.
Di Lorena Leasi e Marzia Maran.

Per Nicola Menti, il 2025 doveva essere l’anno della svolta: a gennaio aveva finalmente assunto la guida della cantina di famiglia. Poi è arrivato il 10 ottobre. Un venerdì qualunque, intorno alle 13, trasformato all’improvviso in un giorno impossibile da dimenticare. Con mio papà eravamo da un vicino – ci racconta Nicola – quando ha squillato il telefono. Era mia mamma, preoccupata: sentiva rumori strani e pensava a una vasca in fermentazione. Dieci minuti dopo, la seconda chiamata: «Ci sono le fiamme sul tetto». Ci siamo precipitati lì. I vigili del fuoco sono rimasti fino alle 23:30. Il tetto ventilato ha fatto da camera di aerazione, alimentando l’incendio. La sala degustazione è andata distrutta cosi come tutta la copertura. Il fuoco era partito da un corto circuito dei pannelli foto voltaici. Ho perso tutto il magazzino: cartoni, tappi, etichette. Quel pomeriggio siamo rimasti lì a guardare l’azienda bruciare. È stato terribile. Alle quattro del mattino eravamo già in cantina al buio, con un gruppo elettrogeno, a contare i danni.

In quel momento di buio pesto, è arrivata una luce improvvisa.
Sì, il 24 ottobre è nata Martina, la mia prima figlia. Mi ha dato la forza di reagire. La fortuna nella sfortuna è stata che la cantina internamente era vuota, la vendemmia era appena finita e il vino nuovo era nelle vasche esterne. Inoltre, il magazzino delle bottiglie ha la soletta in cemento, quindi il fuoco non ha attecchito lì. Abbiamo salvato le bottiglie e per i primi tempi ci siamo trasferiti sotto il portico esterno.
Lì è scattata una solidarietà impressionante. Come l’ha vissuta?
La domenica, a due giorni dall’incendio, sono arrivate più di venti persone in macchina solo per aiutare. Solidarietà e parole di conforto sono state la spinta emotiva per ripartire. La domenica successiva sono arrivate altre venti persone da tutta la provincia; ho dovuto contenere gli aiuti per non pestarci i piedi! Chi spalava, chi puliva, chi portava i teloni per coprire gli uffici. Ho riallacciato i rapporti con vecchie amicizie d’infanzia. C’è stato un movimento incredibile: raccolte ordini, raccolte fondi. Le associazioni FISAR Vicenza e FISAR Padova ci hanno sostenuto organizzando cene di Natale, e molte aziende locali e singoli privati hanno scelto i nostri prodotti. Quando capita qualcosa di grave, nasce un’energia che è difficile da fermare.

Questo dramma ha cambiato il suo modo
di vedere le cose?
Sono maledettamente ottimista. La mia sensibilità verso le difficoltà degli altri è aumentata molto. Credo sia finita l’era del “io faccio per me”; è il momento della collaborazione tra realtà diverse.
Collaboriamo con i ragazzi della cooperativa sociale Piano Infinito. Credo che il vino debba essere un volano sociale: per gli appuntamenti estivi di luci al Castello ci aiuteranno a portare i taglieri. Vederli parte di un progetto è la cosa più bella. Anche i ragazzi di Mato Grosso ci hanno aiutato per lo smaltimento del ferro e per le tinteggiature dei locali.
A che punto è oggi la ricostruzione?
Siamo ripartiti a spese nostre e dalla settimana scorsa posso dire la parola fine. Manca qualche arredo, ma il grosso è fatto. Questo disastro ha messo in moto un circuito di solidarietà reciproca che è stato molto più grande dell’incendio.

